8 marzo : i 70 anni di Antonello Venditti

Written by on 7 Marzo 2019

Il cantautore romano festeggia con due concerti nella capitale

Ormai è una tradizione: festeggiare il compleanno davanti a migliaia di persone. Per Antonello Venditti non c’è 8 marzo che si rispetti che non sia sul palco, con la sua musica, il suo pubblico, la sua Roma. E quest’anno l’anniversario è tondo, perché il “core de Roma” compie 70 anni e i concerti, rigorosamente nella capitale, raddoppiano (8 e 9 all’ex Palalottomatica).

“Elemento fondamentale sarà la festa, la mia e quella della Donna. Si sommano tante cose. Ci dobbiamo divertire”, dice.

Nato l’8 marzo 1949, “Sotto il segno dei Pesci”, come ha fissato in uno dei suoi album più significativi, Venditti è stato figlio e rappresentante di quel fermento musicale dei primi anni ’70, partito dai locali underground che a Roma aveva casa e cuore al Folk Studio.

Il cantautore si è raccontato a Vanity Fair, nel numero in edicola questa settimana. Venditti ha parlato di tutto. Dai propositi di suicidi fino al successo, ottenuto da “grande”.

“Cicciabomba” – così come lo chiamavano da piccolo – rivela le sue origini palermitane, così come raccontato nel concerto dello scorso agosto davanti ai tremila del Castello a Mare. In una delle sue tante apparizioni nel capoluogo siciliano.

“Da piccolo ero infelice – ha confessato Venditti -. Vivevo di cose non dette, di insicurezze, di soliloqui tra me e me. Wanda Sicardi, mia madre, era la più grande grecista del ’900. Figlia di nonna Margherita, una donna di Olevano Romano che non aveva studiato e come in una favola si era sposata con il principe palermitano Rivarola di Roccella, molto amico di Pirandello. La nonna aveva cucinato per tutta la vita crescendo la figlia a lezioni di lingue e ricamo, come si faceva con le signorine per cui ogni sacrificio è lecito. Con mamma avevo un rapporto complicato”.

Il problema a cui da ragazzo cercava la soluzione, spiega nell’intervista a Malcom Pagani, era “la mia infelicità… Da adolescente grasso, se parliamo di bullismo, non avevo niente da invidiare a nessuno. Ero tra quelli che sentivano le risatine al loro passaggio e se una ragazza mi sorrideva neanche ci credevo… Mi chiamavano “Cicciabomba”, pesavo quasi 100 chili”. Non aiutava certo l’autostima il rapporto con la madre, una grecista severissima: “Considerava le mie canzoni poco meno che spazzatura e a mio padre Vincenzo, convinta di non essere ascoltata, diceva di me: “Il ragazzo è cretino” … Era talmente poca la stima che avevo di me che mi attaccavo all’unico vizio che mi era concesso: il cibo. Mangiavo tutto il giorno. La domenica poi era drammatica. Mi svegliavo nei profumi del ragù che mia nonna aveva messo da ore sul fuoco, ci inzuppavo tre rosette e poi poco prima di mezzogiorno uscivo per andare a messa. All’andata, facevo sosta dal gelataio più buono del quartiere e mi facevo fare una coppa con cioccolato, nocciola e panna con l’amarena e due cialde. Al ritorno idem. Poi il pranzo: la pasta, il filetto, le patatine fritte. Visto che nessuno mi fermava, lo feci io. Arrivato a 94 chili, ma forse anche a 98, dissi basta: “Ma non vedete che sono un baule?”.

La politica, l’amore, le donne i temi più spesso trattati nei suoi brani. Gli anni ’80 e ’90 segneranno l’apice del successo: In questo Mondo di Ladri, nel 1988, vende 1,3 milioni di copie, Benvenuti in Paradiso, tre anni dopo, quasi 1,5 milioni.


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